martedì 16 ottobre 2012

Aracnoidal pt. 01 - In fuga -

Correva, correva, correva… Le sembrava di star correndo da tutta la vita. Correva sotto la pioggia incessante, tra i vicoli, schivando le poche persone ancora a giro e i sacchetti dell’immondizia sui marciapiedi. Non ne poteva più, appoggiò una mano su un muro, senza fiato. Si guardò indietro: “Li ho seminati…ma meglio spostarsi un altro po’, tanto per confondergli le idee…”. Svoltò ancora a destra, poi a sinistra, ancora a sinistra e di nuovo a destra. Arrivata sotto un cavalcavia, si fermò, spalle al muro, respirando a pieni polmoni l’aria umida e appiccicosa della notte. Dette, quindi, un’occhiata alla condizione dei suoi abiti. Un vero schifo: oltre ad essere fradicia fin dentro le ossa, aveva un enorme squarcio sul giubbotto e i jeans erano strappati sulle ginocchia… “Tanto peggio, non sono nemmeno miei..”.
Erano settimane che la seguivano, quel sudicio cyborg e la sua banda di tagliagole. Aveva tinto i capelli e li aveva tagliati, aveva cambiato residenza quasi ogni notte e alla fine aveva occupato l’appartamento di Jack oltre il limite ad ovest della città, ma l’avevano scovata ugualmente… Quando aveva trovato il portoncino scassinato e ogni stanza a soqquadro, aveva preso i primi vestiti che le erano capitati sottomano e li aveva gettati in una borsa sdrucita. Poi era uscita, cercando di mantenere la calma, ma al primo semaforo loro erano lì che la aspettavano. E allora aveva cominciato a correre...
Dalla tasca interna del giubbotto tirò fuori un involto e lo aprì: per fortuna il congegno era ancora nelle sue mani. Per sicurezza non lo aveva lasciato in nessun nascondiglio, ma se lo portava sempre con sé: sapeva che se fosse finito nelle mani sbagliate sarebbe stato un disastro. Lo riavvolse nel panno di flanella e lo rimise nella tasca.
Nel frattempo Jack era scomparso. Non rispondeva ai messaggi da tre giorni. Riprovò a chiamarlo ma le rispose di nuovo solo la segreteria. “Cazzo, Jack…che fine hai fatto??”
“Jack, che nome ridicolo e banale!” Ovviamente non era il suo vero nome, ma quello in codice… Non aveva mai saputo come si chiamasse veramente e, da quando glielo avevano affiancato la prima volta, l’aveva sempre chiamato così. E per lei era stato il compagno perfetto: ben addestrato, rapido in missione e, ciò che più le interessava, discreto e silenzioso. Ma adesso che non riusciva a rintracciarlo era nel panico Di tornare alla base a fare rapporto non se ne parlava, avrebbero finto di non conoscerla: la missione era segretissima e avrebbero rischiato tranquillamente la sua vita perché rimanesse tale…

Doveva trovare il suo partner al più presto, anche perché lui aveva la chiave del congegno: senza di essa quell’aggeggio era praticamente inutile… E poi era rimasta senza munizioni: aveva solo un coltello e la pistola, scarica.  Cercò di sistemarsi per passare la notte. Non si ricordava nemmeno da quant’era che non dormiva decentemente…sette, otto giorni? Si guardò intorno per cercare qualcosa con cui coprirsi alla meglio. Niente. Nemmeno un misero pezzo di cartone ondulato, né carta di giornale, solo qualche lamiera arrugginita e un vecchio WC, spaccato a metà… Mentre controllava, invano, se nella borsa ci fosse almeno un indumento asciutto, sentì il tipico click di un proiettile caricato… Si appiattì contro il muro, senza respirare. Dei passi si stavano avvicinando sull’asfalto bagnato. Senza fiatare tirò fuori il pugnale e si mise in posizione di attacco… “Ehi, bambola…finalmente ci rivediamo, eh?”. Non fece in tempo a voltarsi per sapere da dove venisse la voce metallica: un colpo le calò violentemente sulla testa e i suoi occhi si chiusero sulle tenebre…

- Alice -

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