lunedì 29 ottobre 2012

Aracnoidal pt 03 - Accordi


“Io vi posso aiutare…” sussurrò la ragazza con un fil di voce “Senza la chiave arrivereste solo a danneggiare il congegno con…quelle vostre manacce luride…Datemi la possibilità di rimettermi e di recuperare la chiave per voi…”.
“E chi ci dice che non farai la furba?” disse il cyborg… “Già…non ci si può fidare di una puttanella come te...eheheh..” rincarò Eigger, sputando per terra un catarro giallastro e allungandole un calcio nelle costole con la punta rinforzata dell’anfibio destro.
“Non farò la furba…solo io so dov’è Jack” mentì “e lui si fida di me…mi darà la chiave senza problemi…”
“E perché dovresti aiutarci, fammi capire? Solo per salvarti il culo? Li conosco i tipi come te, non sono stupido…siete dei fottutissimi sognatori…dite di avere degli “ideali”…che parolona…ahahahah…”
“Ideali…eheheheh” rise, stupidamente il punk.
“Non mi interrompere lurido imbecille!!!” ruggì il cyborg, agguantando Eigger con la sua mano uncinata. “Va…b…bene…ca..capo..” balbettò il punk. “Tornando a te, bel faccino, sentiamo un po’…prova a convincermi…”
La ragazza si tirò a sedere a fatica: aveva la schiena completamente coperta di sangue, ogni singolo muscolo le urlava di lasciarsi cadere e morire, senza ulteriori sforzi, ma con un moto di orgoglio tirò su la testa e disse: “Non ho alcun debito di lealtà nei Loro confronti, non gli devo niente…mi hanno lasciata qui a morire come un cane…per cui penso a salvarmi il culo, esattamente come hai detto tu…gli ideali? Mai avuti…lavoro per chi mi paga…proprio come te…”
“Mmm…e quale sarebbe il tuo piano?”
“Voglio un bagno caldo, vestiti puliti e qualcosa da mangiare…e il tuo lurido scagnozzo, qui, non deve toccarmi mai più...poi ti spiego cosa ho in mente…”
“Bene, ci sto…vorrà dire che se mi deluderai, ragazzina, sarò io a toccarti…e ti farò male…tanto male…talmente male che rimpiangerai il giorno in cui nata…”


Seduto sul marciapiede della stazione centrale c’era un ragazzo di strada come tanti: raccattava elemosina suonando la chitarra. Nel cappello che aveva sistemato davanti alle gambe incrociate c’era solo qualche spicciolo: la gente che passava lo guardava con indifferenza nel migliore dei casi, con disprezzo nei peggiori… qualcuno addirittura gli aizzava contro il cane e doveva cambiar marciapiede, spesso lasciando a terrà il poco che aveva “guadagnato” durante la mattinata. Era buio e cominciava a piovere… “Ancora questa maledetta pioggia…non smette mai…” pensò Jack, mentre si alzava dalla sua “postazione” e riponeva la chitarra nella custodia, imprecando fra i denti vedendo che si era bagnata.
Erano settimane che fuggiva dagli scagnozzi del cyborg e si mimetizzava in quel modo…era una vita del cavolo (del resto non ricordava di averne mai avuta una più interessante), ma era una copertura perfetta: quale modo migliore di nascondersi che restare in mezzo alla gente? Aveva imparato a strimpellare un po’ la chitarra quand’era bambino…era un regalo di suo nonno e quasi il suo unico bagaglio da almeno quindici anni. Trovò riparo in un capannone abbandonato della periferia, dopo almeno due ore di ricerca sotto il diluvio. Controllò quel che gli era rimasto nello zaino: una sola maglia di ricambio, mezza mela e un pezzo di formaggio. Si tolse la giacca e le scarpe e si preparò un giaciglio con dei cartoni che trovò in un angolo dell’edificio…prima di addormentarsi si tastò il collo: la sua mano scivolò su una cordicella fino a stringere un piccolissimo pezzo di plastica, un plettro verde di forma triangolare… Nessuno, guardandolo, avrebbe potuto immaginare che all’interno di quei pochi centimetri quadrati di polietilene ci potesse essere un microchip, la chiave del congegno che in così tanti stavano cercando, per cui si combattevano faide, si uccidevano persone, si causavano guerre fra stati… Sorrise, soddisfatto, e mentre scivolava nel sonno, pensò: “Chissà che fine ha fatto Cassandra…domani mi metto a cercarla…”.

- Alice -

martedì 16 ottobre 2012

Aracnoidal pt. 01 - In fuga -

Correva, correva, correva… Le sembrava di star correndo da tutta la vita. Correva sotto la pioggia incessante, tra i vicoli, schivando le poche persone ancora a giro e i sacchetti dell’immondizia sui marciapiedi. Non ne poteva più, appoggiò una mano su un muro, senza fiato. Si guardò indietro: “Li ho seminati…ma meglio spostarsi un altro po’, tanto per confondergli le idee…”. Svoltò ancora a destra, poi a sinistra, ancora a sinistra e di nuovo a destra. Arrivata sotto un cavalcavia, si fermò, spalle al muro, respirando a pieni polmoni l’aria umida e appiccicosa della notte. Dette, quindi, un’occhiata alla condizione dei suoi abiti. Un vero schifo: oltre ad essere fradicia fin dentro le ossa, aveva un enorme squarcio sul giubbotto e i jeans erano strappati sulle ginocchia… “Tanto peggio, non sono nemmeno miei..”.
Erano settimane che la seguivano, quel sudicio cyborg e la sua banda di tagliagole. Aveva tinto i capelli e li aveva tagliati, aveva cambiato residenza quasi ogni notte e alla fine aveva occupato l’appartamento di Jack oltre il limite ad ovest della città, ma l’avevano scovata ugualmente… Quando aveva trovato il portoncino scassinato e ogni stanza a soqquadro, aveva preso i primi vestiti che le erano capitati sottomano e li aveva gettati in una borsa sdrucita. Poi era uscita, cercando di mantenere la calma, ma al primo semaforo loro erano lì che la aspettavano. E allora aveva cominciato a correre...
Dalla tasca interna del giubbotto tirò fuori un involto e lo aprì: per fortuna il congegno era ancora nelle sue mani. Per sicurezza non lo aveva lasciato in nessun nascondiglio, ma se lo portava sempre con sé: sapeva che se fosse finito nelle mani sbagliate sarebbe stato un disastro. Lo riavvolse nel panno di flanella e lo rimise nella tasca.
Nel frattempo Jack era scomparso. Non rispondeva ai messaggi da tre giorni. Riprovò a chiamarlo ma le rispose di nuovo solo la segreteria. “Cazzo, Jack…che fine hai fatto??”
“Jack, che nome ridicolo e banale!” Ovviamente non era il suo vero nome, ma quello in codice… Non aveva mai saputo come si chiamasse veramente e, da quando glielo avevano affiancato la prima volta, l’aveva sempre chiamato così. E per lei era stato il compagno perfetto: ben addestrato, rapido in missione e, ciò che più le interessava, discreto e silenzioso. Ma adesso che non riusciva a rintracciarlo era nel panico Di tornare alla base a fare rapporto non se ne parlava, avrebbero finto di non conoscerla: la missione era segretissima e avrebbero rischiato tranquillamente la sua vita perché rimanesse tale…

Doveva trovare il suo partner al più presto, anche perché lui aveva la chiave del congegno: senza di essa quell’aggeggio era praticamente inutile… E poi era rimasta senza munizioni: aveva solo un coltello e la pistola, scarica.  Cercò di sistemarsi per passare la notte. Non si ricordava nemmeno da quant’era che non dormiva decentemente…sette, otto giorni? Si guardò intorno per cercare qualcosa con cui coprirsi alla meglio. Niente. Nemmeno un misero pezzo di cartone ondulato, né carta di giornale, solo qualche lamiera arrugginita e un vecchio WC, spaccato a metà… Mentre controllava, invano, se nella borsa ci fosse almeno un indumento asciutto, sentì il tipico click di un proiettile caricato… Si appiattì contro il muro, senza respirare. Dei passi si stavano avvicinando sull’asfalto bagnato. Senza fiatare tirò fuori il pugnale e si mise in posizione di attacco… “Ehi, bambola…finalmente ci rivediamo, eh?”. Non fece in tempo a voltarsi per sapere da dove venisse la voce metallica: un colpo le calò violentemente sulla testa e i suoi occhi si chiusero sulle tenebre…

- Alice -

lunedì 15 ottobre 2012

Aracnoidal pt.00 -Intro-

Il freddo pungente dell'aria serotina accarezzava le sue guance come un dinamitardo prima del 4 luglio. Occhi socchiusi come il miglior veterano di frontiera, volto malamente coperto dal bavero del cappotto in una tiepida imitazione di Casablanca, respiro distorto dal ciclico virus invernale, come le migliori Fender in mano ad un gruppo di adolescenti punk esaltati dalla loro prima erba e gonfi di ormoni come un toro da monta.
Il deserto fioriva sulla strada espandendosi a macchia d'olio, circondandolo, fino a scontornarlo, evidenziando la sua figura, come sefosse un adesivo di infantile memoria su prefabbricati sfondi da fumetto, assai più vitale delle forme con cui interagiva. Bolle di pensieri si accumulavano al di sopra del suo capo, invisibili ai soliti viandanti, non a chi, però, come lui, possedeva un dono oltre la media. Non a coloro che non solo osservavano coi sensi del corpo, ma anche coi sensi dell'anima.  Non a chi godeva nel perdersi tra le spire del proprio cranio ed estendeva ogni punto di sé, fino a scomparire tra gli abissi del mondo. Non a chi moriva tra le prime luci dell'alba per rinascere al sol tramonto. Non a chi portava ogni parte del suo essere come uno stendardo di una gloriosa famiglia medioevale: guerrieri senza riposo di fronte al costante avanzare di giganti con eliche sui musi.
Vegliava levitando tra due realtà quando venne rapito dal peggiore degli incubi. L'assordante tuono del Cyborg in avvicinamento era calci in culo sui suoi timpani, tamburi aborigeni di primordiale natura avevano appena fatto un frontale con rave Industrial tedeschi consegnandogli a stento il messaggio che trasportavano:

-Hey cocco, come va? E' tanto che aspetti?-

Una strusciata sulla manica, una pioggia di saliva per le formiche e un fendente in pieno petto direttamente a Madre Natura grazie al residuo di avida bevuta, et voilà, il più gran bastardo di tutta la zona è proprio davanti a voi.

-b0L0-